Oltre le gambe c’è di più – EDITORIALE

Molto spesso cartelloni e spot pubblicitari  sono associati a immagini di belle donne, raffigurate in pose seducenti, con il chiaro scopo di attirare l’attenzione del pubblico maschile sul prodotto reclamizzato. Tali immagini sono, ormai, cosi diffuse che è diventato quasi la normalità vederle affisse per strada.

In una società in cui ci si scandalizza per le forme di razzismo più disparate, si rimane ciechi davanti ad un così chiaro ed evidente sessismo, indice di una mentalità antica.

La storia del corpo femminile è un susseguirsi di mortificazioni e umiliazioni che al tempo odierno culminano ai due estremi:

  • Della negazione (o della paura) del corpo femminile, ricoperto dal burqah islamico;
  • Dell’abuso della nudità femminile usata e mercificata a fini commerciali (e non solo) nel mondo occidentale moderno.

Tante e diverse sono le donne che offre il mondo della pubblicità, ma tutte con un unico denominatore comune: quello di essere oggetto. Le immagini femminili che ci vengono mostrate sono quelle di donne felici di essere esclusivamente mogli, madri o donne che, se vogliono realizzarsi fuori dall’ambiente familiare, devono sedurre il maschio.
Analizzando la società di oggi, malgrado si parli di “pari opportunità” e di “uguaglianza tra i sessi” ci si accorge con estrema facilità di come un compromesso definitivo non sia stato ancora raggiunto. La profonda linea di demarcazione che separa di uomini dalle donne all’interno delle comunità è sempre rimasta ben delineata e stabile, nonostante negli ultimi decenni si sia lavorato operosamente per tentare di rimuoverla, riuscendo tuttavia a spostarla di poco. Perciò, la strumentalizzazione del corpo femminile riproduce il vecchio modello di sottomissione della donna all’uomo, a testimonianza d’una volontà d’espellere le donne dallo spazio pubblico, politico e intellettuale, privandole della parola e mercificando i loro corpi negli spot televisivi. Come nel mondo dell’antica Grecia la donna oggetto era in balia dell’autorità maschile.
Eppure, un grande contributo per l’emancipazione della donna è stato dato dalla Costituzione Italiana del 1948 che, per la prima volta, ha sancito come principio fondamentale dell’ordinamento democratico italiano l’uguaglianza tra l’uomo e la donna, recitando:  “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali […]”.
Ma a cosa serve una parità di diritti legale se la mentalità sociale etichetta ancora la donna allo stesso modo? Ovviamente gli stereotipi si sono modificati, ma non nel contenuto, bensì nella forma.
Si vive nell’epoca socio-culturale in cui il corpo è al centro dell’attenzione, è un valore assoluto, e non la persona. Non conta tanto essere, quanto apparire. Alla spontaneità viene sostituito il controllo.

Possedere un corpo di modella rappresenta l’aspirazione di tutte le donne di oggi, anche di coloro che non lo ammettono. Apparire perfette, anziché essere umane, controllare ogni cosa, dal modo di vestirsi al modo di acconciarsi, al modo in cui ci si muove, controllare il proprio peso e le calorie ingerite, mortificando i propri bisogni nel tentativo di dimostrare la propria volontà, efficienza, autonomia e dunque il proprio valore, quantomeno quello che oggi viene definito tale, ovvero apparire, a scapito della spontaneità e della naturalezza. Inoltre alle modelle non viene richiesto un pensiero, quasi come se non ne fossero in grado, ma solo un apparire e purtroppo di questo molte finiscono per convincersi, identificandosi con lo stereotipo della “modella”, puro corpo vuoto. E di questo sembrano convincersi anche molte donne, condizionate dalle icone mediatiche.

Marika Migliarese.

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