Si o No?

Il 4 Dicembre il popolo italiano sarà chiamato ad esprimersi sulla riforma costituzionale promossa dal governo Renzi ed approvata dal Parlamento. Le parti più importanti della riforma costituzionale sono: la modifica del Senato e la conseguente fine del bicameralismo perfetto, la riforma del Titolo V, il taglio dei senatori, la soppressione del CNEL, l’elezione del Presidente della Repubblica.

Tra i favorevoli al cambiamento vi sono lo stesso presidente del Consiglio e la maggioranza del suo partito (Pd), il NCD di Alfano e Ala, il partito di Verdini. Essi sostengono che con la vittoria del “sì” verrebbero risparmiati diversi milioni di euro e che, grazie alla riforma del Senato, si semplificherebbe l’iter parlamentare per l’approvazione delle leggi ordinarie. Tra i tanti sostenitori del “no” troviamo il Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega Nord, SEL, Fratelli d’Italia. La loro tesi principale è che la riforma sia stata disposta da un parlamento designato con una legge elettorale (Porcellum) dichiarata incostituzionale. Ma prima di valutare le ragioni del si e del no vi propongo di leggere la nostra costituzione

Costituzione italiana, la legge fondamentale della Repubblica

Approvata dopo la nascita della Repubblica Italiana, la Costituzione entrò in vigore nel 1948. La Costituzione italiana è la legge fondamentale dello Stato, cioè il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto da cui dipendono tutte le altre. La Carta costituzionale in Italia è una legge “scritta, rigida, votata, compromissoria, democratica e programmatica”. Le costituzioni generalmente vengono definite rigide quando sono protette contro modifiche rispetto alle leggi ordinarie, si dicono flessibili quando invece i criteri di modificabilità sono uguali a quelle delle leggi ordinarie. Per modificare la Costituzione e le altre leggi costituzionali servono due diverse votazioni di ciascuna Camera ad intervallo non minore di tre mesi, e le modifiche vanno approvate dalla maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento nella seconda votazione. Mentre la forma repubblicana dello Stato italiano, secondo l’ultimo articolo della Costituzione (n. 139) “non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Il garante della Costituzione è il Presidente della Repubblica. L’altro organo di garanzia è la Corte Costituzionale che controlla la legittimità, ovvero la costituzionalità, delle leggi dello Stato. Il testo costituzionale in vigore è composto dai principi fondamentali, da due parti e dieci titoli (quattro nella prima parte e sei nella seconda): complessivamente sono 139 articoli; poi ci sono le disposizioni finali e transitorie e le note. Ora con un’ idea più consapevole su quello che è la nostra costituzione italiana possiamo approfondire le ragioni del si e del no.

Superamento del bicameralismo perfetto

Col sistema attuale, il nostro Parlamento è formato da Camera e Senato entrambe coi medesimi poteri di modifica delle leggi e sfiducia verso il governo. Con il SI al referendum, il Senato subirebbe una vera e propria rivoluzione. Dagli attuali 315 eletti direttamente dai cittadini, si passerebbe a solo 100 rappresentati eletti in maniera indiretta, con funzioni molto limitate rispetto ad oggi.  L’intento è quello di trasformare il Senato in una “Camera delle Regioni” e cercare di velocizzare l’iter legislativo garantendo più poteri alla Camera dei Deputati.

Abolizione degli organi costituzionali superflui

Con la riforma viene abolito il Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro (CNEL). Nel testo costituzionale attuale, il CNEL ha potere di proposta legislativa sui temi legati all’economia ed al lavoro ma, nella storia italiana non ha mai inciso in maniera rilevante nell’iter legislativo. La sua abolizione permetterà di risparmiare diversi milioni all’anno. Verranno abolite del tutto anche le Province e le loro funzioni saranno spartite fra Comuni e Città Metropolitane.

Leggi di iniziativa popolare e partecipazione

La riforma prevede nuove modalità per le leggi proposte dai cittadini. Per presentare un ddl di iniziativa popolare in Parlamento saranno necessarie 150.000 firme. Attualmente ci vogliono  50.000 firme, ma vi sarà la garanzia costituzionale che queste dovranno essere discusse e votate in Parlamento. Viene anche introdotto un nuovo tipo di referendum: il referendum “propositivo” o “di indirizzo” che permetterà ai cittadini di richiedere al Parlamento di emanare una nuova legge su un particolare tema.

Riduzione dei parlamentari e taglio dei costi

Il Senato sarà composto da soli 100 membri74 verranno nominati all’interno dei vari Consigli Regionali con un metodo proporzionale in base alla popolazione e ai voti presi dai partiti, mentre 21 saranno scelti dagli stessi Consigli Regionali fra i sindaci della Regione. Ogni senatore ricoprirà la propria carica per tutta la durata del suo mandato amministrativo e non riceverà alcun compenso per la sua attività parlamentare. I 5 senatori rimanenti verranno nominati dal Presidente della Repubblica e rimarranno in carica per sette anni. La carica di Senatore a Vita rimarrà in vigore solo per gli ex-Presidenti della Repubblica e per coloro che già la ricoprono.

Stabilità del governo

Il Senato non avrà più il potere di sfiduciare il governo in carica, ma questo potere rimarrà prerogativa della Camera dei Deputati. Grazie all’Italicum, la nuova composizione della Camera garantirà alla coalizione vincitrice un numero adeguato di deputati per formare un governo stabile e duraturo. Sono previsti anche limiti precisi che l’esecutivo dovrà seguire per l’emissione di decreti legge.

Ora vediamo cosa comporta votare il no:

Il nuovo Senato

L’accusa che viene mossa al nuovo Senato riguarda le competenze che esso dovrebbe condividere con la Camera dei Deputati. Nella riforma sono specificati gli ambiti in cui le due Camere hanno potere legislativo concorrenziale, ma non vengono indicati i criteri con cui riconoscere le leggi che rientrano in queste fattispecie. Sicuramente verranno sollevati numerosi dubbi di competenza con il rischio che le leggi debbano essere studiate caso per caso per capire se includono prerogative affidate al Senato. Questo rischia di rallentare di molto l’iter legislativo entrando in netto contrasto con la riforma. Uno dei motivi fondamentali del ‘NO’, dunque, è che non solo non si facilita il cammino delle leggi, ma che in più esso sarà ancora più farraginoso, con conflitti di competenze e caos generalizzato. Le criticità riguardano anche le modalità di nomina. Vi sono forti perplessità sul fatto di aver ridotto troppo i poteri del Senato, rendendolo inutile come vero “raccordo” tra Stato e amministrazioni locali e viene denunciato il rischio di trasformare i senatori in “rappresentanti della maggioranza al potere nella singola regione”. Dunque, la legge di riforma costituzionale avrebbe una contraddizione interna: farebbe del Senato una Camera delle Regioni, ma, contestualmente, ridurrebbe di molto il potere stesso delle Regioni a favore dello Stato Centrale. Questo il motivo per cui si tratterebbe di una riforma non solo ‘dannosa’, ma essenzialmente ‘inutile’.

Il rapporto tra politica e istituzioni: perché il tempo di approvazione non è connesso alla procedura legislativa

Un’altra questione, infatti, riguarda il rapporto tra politica e istituzioni: un processo legislativo può essere più o meno lungo a seconda del dibattito politico che suscita. Una legge molto discussa, come è stata quella sulle unioni civili, ha impiegato mesi a completare il suo iter, ma non per una lentezza strutturale, ma perché era un tema molto sentito nel Paese e, dunque, in Parlamento; altre leggi, meno ‘sentite’, sono state approvate in pochi giorni attraversando tutto l’iter parlamentare odierno. Cosa significa? Che la velocità o la lentezza nell’approvazione di una legge è dovuta maggiormente al confronto politico che non a questioni procedurali. In questo senso, si può dire tranquillamente, secondo i sostenitori del NO, che non vi sarà alcuna differenza sostanziale, ma, probabilmente, un peggioramento.

Una contraddizione della riforma: meno potere alle Regioni ma un Senato su base Regionale

Sempre per quanto riguarda il nuovo Senato c’è un’altra questione che viene criticata: di fatto, gli italiani non potranno più votare i senatori, il che rappresenta sempre e comunque una porzione di democrazia in meno. Tali rappresentanti che, come abbiamo visto, avranno comunque delle prerogative, non saranno scelti mediante una consultazione nazionale (come avviene per i deputati), il che non può che suscitare forti dubbi: laddove i cittadini perdono anche parzialmente il diritto di voto, si tratterebbe sempre e comunque di una ‘perdita’ di diritti democratici.

Una riforma che favorisce la casta? Il problema dell’immunità e della partitocrazia

C’è da sottolineare, inoltre, secondo i sostenitori del NO, la questione più cara a Travaglio, quella dell’immunità: gli amministratori locali che, qualora vincesse il ‘SI’, entreranno in Senato riceveranno anche l’immunità parlamentare. Secondo una mappa pubblicata da Il Fatto Quotidiano, la quantità di amministratori locali ‘corrotti’ è enorme e riguarda soprattutto i maggiori partiti con in testa proprio il PD di Renzi che promuove la riforma. Il sistema Italia – questa la posizione del ‘NO’ – già di per sé ‘favorisce’ la corruzione, ma questa riforma costituzionale darebbe la garanzia a molti amministratori locali di potersi comportare in tale maniera con la possibilità di essere difesi dallo scudo dell’immunità. La questione riguarda ovviamente la partitocrazia: quei partiti che hanno una forza maggiore sul territorio si assicurano il controllo del Senato, attraverso rappresentanti non eletti dai cittadini ma dagli stessi partiti (la legge elettorale non permette, infatti, di scegliere gli amministratori locali). Un caso clamoroso va sottolineato: negli USA, la Clinton ha perso le elezioni con Trump pur avendo preso 2 milioni di voti in più, proprio per il sistema elettorale di tipo ‘regionale’ basato sui risultati a livello del singolo Stato. Per i sostenitori del ‘NO’, dunque, questa riforma prenderebbe del sistema americano il dispositivo peggiore: controllare le regioni significherà controllare il Senato. Il Presidente del Consiglio, dunque, avrebbe maggiore potere anche in questo senso: dominerebbe alla Camera, avrebbe un Senato a propria disposizione e formato da uomini di ‘fiducia’ (e che devono l’immunità al premier di turno), oltre ovviamente il rinforzamento del potere esecutivo, per cui si può parlare di governo ‘autocratico’.

Governo “autocratico”

Il governo avrà la facoltà di richiedere al Parlamento un canale preferenziale per l’approvazione delle leggi ritenute necessarie per l’attuazione del proprio programma. La Camera avrà tempo 5 giorni per accogliere la richiesta e, se venisse accolta, 70 giorni per approvarla con massimo 15 giorni di rinvio.

Riforma Titolo V e caos competenze

La riforma Titolo V è sicuramente uno degli aspetti più dibattuti e difficili da comprendere per chi non ha nozioni di diritto costituzionale. Vengono ridefinite diverse competenze prima esclusive delle Regione che, post-riforma, tornerebbero in mano allo Stato. In particolare:

  • viene cancellata la definizione di “competenza concorrente” fra Stato e Regione, con le diverse materie ridistribuite fra le due istituzioni;
  • viene introdotta la nuova “clausola di supremazia”, che permette allo Stato di intervenire sulle questioni di competenza non “esclusiva” delle Regioni nei casi in cui è necessario un intervento per l’unità giuridica/economica dello Stato, o di più generico “interesse nazionale”;
  • viene introdotto anche il cosiddetto “regionalismo differenziato”, grazie al quale alle Regioni non a Statuto Speciale possono essere attribuite particolari forme di autonomia, a condizione che presentino un bilancio in equilibrio. L’attribuzione del regionalismo differenziato deve essere approvata da Camera e Senato ed è inoltre richiesto un dialogo tra Stato e Regione interessata. Il Referendum Costituzionale porterà dei cambiamenti anche per la Sanità;

In linea generale vi è quindi un forte accentramento di potere nelle mani dello Stato.

 Articolo di: Federica Arcidiacono

Disegno a cura di: Genoveffa Curiale

 

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